Dopo la laurea un futuro da impiegati i sogni ridimensionati degli universitari

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da repubblica.it 08.08.12 - Secondo uno studio della Bicocca sale dal 43 al 53% la quota di chi viene assunto in un ruolo sotto qualificato. Le aziende non investono sul lungo termine Le retribuzioni mai oltre i mille euro. I lavori che dieci anni fa erano principalmente dei diplomati, oggi toccano ai laureati. È uno dei tanti effetti della crisi che porta i giovani con in tasca il sudatissimo pezzo di carta guadagnato sui banchi universitari a ricoprire in molti casi un ruolo da impiegati. Il fenomeno è descritto da uno studio dell’università Bicocca che ha incrociato le statistiche del rapporto Stella del consorzio Cilea sull’occupazione dei neolaureati dal 2008 al 2011 con i dati Excelsior-Unioncamere sul fabbisogno di personale di oltre 100mila aziende.
Secondo la ricerca, almeno un laureato su due dell’università milanese va a svolgere mansioni legate alla produzione e quindi più 'concrete', rispetto all’impiego in settori specializzati che magari sarebbe il coronamento sperato di un lungo percorso di studi. «L’indagine racconta di un impiego diffuso in ogni area aziendale - spiega Paolo Mariani, professore straordinario di Statistica economica proprio della Bicocca e coordinatore della ricerca - ma con intensità diverse. Il 53,4 per cento dei laureati viene inserito nell’area di produzione, che rappresenta di gran lunga il maggior catalizzatore occupazionale con la maggiore varietà di professioni intellettuali al suo interno».

Il motivo principale di questa trasformazione è la volontà da parte delle aziende, in tempi di crisi, di guardare al breve periodo piuttosto che al lungo: in altre parole, concentrarsi di più sulla produzione che sugli investimenti.
A farne le spese sono gli altri settori, quelli dove è richiesta una maggiore specializzazione: da Ricerca e sviluppo, al marketing, passando per le risorse umane, il settore legale e quello amministrativo. «Quelli nella produzione sono impiegati di concetto ed esecutivi - aggiunge Mariani - quando il giovane entra in azienda, quello che gli viene richiesto non è tanto di essere specializzati, quanto di saper fare un po’ di tutto». Lavori che però non portano a livelli di retribuzione adeguati: per gli ex universitari già raggiungere i mille euro al mese è un’impresa.

LA PRODUZIONE. Il fenomeno si può descrivere con un’espressione utilizzata dallo stesso professor Mariani: «In molti casi questi neoassunti sono giovani specializzati che vengono despecializzati». Il settore della produzione (che ha fatto registrare una crescita degli occupati laureati fino al 53,4 per cento in 4 anni) è vasto e nella differenziazione delle varie aziende tiene sotto di sé figure molto diverse: ad esempio, un laureato in economia può finire davanti a un computer a rimettere in ordine dati d’archivio, oppure un laureato in architettura può passare le sue giornate a sistemare bozzetti forniti dal designer di turno. Ma non sempre si tratta di lavori meno qualificanti rispetto al percorso di studi: nello stesso settore, infatti, figurano anche gli insegnanti e gli infermieri.

RICERCA E SVILUPPO. Secondo l’indagine dal periodo precrisi (2007) ad oggi, le aziende hanno preferito posizionare i laureati nelle aree di produzione piuttosto che nelle risorse umane (47,3%), nel marketing (37%) e nelle relazioni pubbliche (31,7%). A farne le spese è anche il settore della Ricerca e Sviluppo, ovvero quella parte dell’azienda che viene dedicata allo studio di innovazioni tecnologiche da utilizzare per migliorare i propri prodotti, crearne di nuovi, o migliorare i processi di produzione: in quattro anni le assunzioni di neolaureati in questo settore sono scese dal 10,1 per cento al 9,5 per cento. Anche se quello rimane comunque un ambito in grado di attrarre i cervelli migliori: il 68,4 per cento dei laureati che finiscono a lavorare in quest’area ha infatti un voto di laurea compreso tra il 106 e il 110 e lode.

EFFETTO CRISI. La causa numero uno di questo piccolo terremoto nel mercato del lavoro per i neolaureati è la crisi. Ma, a voler guardare il bicchiere mezzo pieno, ci sono almeno altre due motivazioni. «I dati mostrano un’inversione di tendenza - spiega Laura Mengoni, responsabile dell’area formazione di Assolombarda - le aziende laddove assumevano diplomati oggi assumono laureati. Questo si spiega con un aumento della richiesta di innovazione: adesso si tende a preferire chi ha una laurea perché porta valore aggiunto». Dal punto di vista universitario, poi, il fenomeno si spiega con un aumento di offerta di lavoro qualificata: «Cresce la scolarizzazione - aggiunge Mariani - e consente di scegliere giovani che sanno usare gli strumenti informatici e Internet».

GLI STIPENDI. Una nota dolente riguarda le buste paga. Se i laureati della Bicocca sono passati in tre anni da 1.107 euro mensili per il primo impiego a 1.144, non tutti possono gioire: in nessun settore si superano i 1.200 euro e i più pagati sono quelli che trovano un lavoro in ambito finanziario (1.160 euro al mese). Peggio di tutti quelli del settore legale che percepiscono appena 668 euro, seguiti dal Marketing (932) e da Qualità, sicurezza e ambiente (932). Sotto i mille euro anche chi lavora in Ricerca e sviluppo: in media in un mese si porta a casa appena 947 euro. Del resto, oggi, gli ex universitari non si fanno più illusioni: sempre secondo uno studio della Bicocca, chi usciva da Economia o Medicina nel 2007 si aspettava uno stipendio di almeno 1.200 euro. Adesso, in pochi sperano di guadagnarne più di mille.

di LUCA DE VITO